Archeologia industriale, creativita’ e gestione integrata. Il caso biellese

Architettura, urbanistica, design, arte, cultura, creatività, sviluppo economico sono solo alcuni degli elementi che affiorano alla mente, allorquando pensiamo al complesso puzzle degli interventi di riqualificazione urbana di un contesto metropolitano. Da diverso tempo, infatti, l’economia è stata accostata al patrimonio della conoscenza, in quanto si è ritenuto che le metodologie economiche fossero funzionali allo sviluppo della cultura per efficacia ed efficienza, con lo scopo di attribuire nuovo valore e sviluppo ad un territorio. In questo contesto entra in gioco il ruolo dell’archeologia industriale, ovvero di quello studio complesso ed ampio che riguarda edifici e macchine che oggigiorno hanno perso la loro funzione d’uso, ma che sono ancora presenti sul territorio e nei quali, talvolta, vengono riconosciuti valori sociali e culturali molto forti. Obiettivo del presente lavoro è quindi quello di indagare le interazioni tra settori disciplinari differenti tra loro: economia, archeologia e marketing territoriale, al fine di raffrontare le prospettive di indagine e di strutturare un paradigma concettuale nel quale archeologia industriale, creatività e territorio siano identificati come vere e proprie risorse in grado di garantire uno sviluppo locale sostenibile. Il contesto territoriale che si intende prendere in esame è quello inerente alla provincia di Biella.

1. Introduzione

Un modo per generare sviluppo culturale, sociale e territoriale potrebbe scaturire da un nuovo settore, formatosi nei primi anni ’50 in Gran Bretagna: l’archeologia industriale. Ad oggi risulta difficilmente definibile nei contenuti e nella metodologia, in quanto è fortemente legata sia alla storia dell’architettura e del paesaggio, sia alla tecnologia, alla sociologia e alla storia.
Per le caratteristiche che la contraddistinguono, l’archeologia industriale è stata definita come disciplina vera e propria, metodo di studio e strumento di indagine dell’identità territoriale delle comunità passate.
In Gran Bretagna l’interesse per la nuova materia è sorto in seguito all’abbandono delle aree industriali negli anni 1950-1960 e, in particolare, in seguito all’abbattimento della stazione di Eutson di Londra. A seguito di ciò, in Inghilterra si è aperta la questione sul recupero e sulla tutela del patrimonio storico relativo al periodo della grande rivoluzione industriale inglese.
Il primo ad occuparsene fu E.R.R.Green che individuò come obiettivi della disciplina la catalogazione e lo studio dei “reperti” del XVIII e XIX secolo. Successivamente, lo studioso M. Rix aggiunse le attività di conservazione e interpretazione. In Italia, il termine è stato introdotto vent’anni dopo, nel 1977, al Congresso Internazionale tenutosi presso la Rotonda della Besana (Milano), in occasione della mostra San Leucio: Archeologia, Storia; Progetto.
In questi anni l’Italia si apre agli studi del francese Braudel, interessandosi alle tradizioni popolari e al mondo contadino e vive un periodo socio-politico particolare di reazione all’evoluzione tecnologica, caratterizzato dall’abbandono delle grandi strutture industriali e dal rifiuto operaio(1).  Nel medesimo periodo si forma La Società Italiana per l’Archeologia Industriale, costola del Centro di Documentazione e Ricerca Archeologia Industriale, avente come obiettivo il censimento dei beni culturali e del patrimonio industriale. Si giunge ad una prima definizione di settore elaborata da Antonello e Negri, i quali affermano che si tratta di “un complesso dei resti fisici, testimonianza dell’organizzazione dell’industria sul territorio” da leggersi non isolatamente, ma in rapporto alle modificazioni del territorio derivanti dall’industrialesimo, di cui tali manufatti sono parte integrante.
L’archeologia industriale è materia nuova anche dal punto di vista normativo. Nel Testo Unico del 1999 si fa riferimento alle leggi 1089/39 e 1497/39 circa la salvaguardia delle cose d’arte e di sistemi di immobili paesaggisticamente caratterizzati. La novità è stata apportata dalla Legge Galasso che, individuando alcuni aspetti riguardo la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale, ha permesso lo sviluppo di metodi e di esperienze volte non solo al bene culturale o architettonico, ma anche al contesto. Ultimo aggiornamento normativo nell’ambito dell’archeologia industriale si ha con il D.Lgs. n.62 del 26 marzo 2008 che prevede che i beni del patrimonio industriale vengano considerati a pieno titolo come beni culturali.

2. Archeologia industriale: definizione ed obiettivi

L’oggetto di studio dell’archeologia industriale è l’industrial heritage, ovvero tutto ciò che rimane delle attività dell’uomo trasformatesi ed evolutesi nel tempo, che hanno avuto impatto sull’ambiente e sulla società stessa.
Si connota per la forte valenza pluridisciplinare; si occupa di oggetti fisici, quali edifici e macchine, il relativo significato e la contestualizzazione storica e sociale. Caratteristica riscontrabile anche nella metodologia di recupero di un edificio architettonico: la riqualificazione della struttura implica riflessioni sull’opificio come ex luogo di lavoro, sulle trasformazioni sociali e culturali avvenute nel tempo in quel determinato luogo, sulle modificazioni del contesto ambientale avvenute con il tempo, sui rapporti tra società e territorio.
Ciò che rende inusuale il concetto di archeologia industriale è l’utilizzo di due termini di significato contrapposto, accostati attraverso un ossimoro: da sempre il termine archeologia fa riferimento a reperti di società molto antiche non ancora evolute, mentre quando si parla di industria in un’ottica economico-industriale si fa riferimento a civiltà sviluppate, della fine del Settecento e prima metà dell’Ottocento.
L’archeologia industriale è l’indagine della vita valoriale del tempo, in ragione di ciò non è circoscrivibile all’ambito esclusivamente architettonico. L’edificio acquisisce valore non solo per la struttura fisica, “hardware”, quanto per tutto ciò che ha contenuto nel corso del tempo, “software”. Pertanto, la finalità primaria dell’archeologia industriale, attraverso progetti strategici di valorizzazione integrata, è il mantenimento di strutture architettoniche considerate testimonianze di storia sociale, di cui altrimenti rimarrebbero solo testimonianze immateriali o documentazioni cartacee e fotografiche.
In questa prospettiva il ripristino non è solo di un determinato edificio, ma di un intero ambiente, attraverso la ricomposizione di ogni singolo elemento. L’archeologia industriale diviene un metodo di studio, una soluzione alternativa al degrado e all’abbandono di spazi dell’epoca industriale, uno strumento di arricchimento culturale e di recupero di edifici industriali dismessi che ricordano il passato industriale e che possono essere, se opportunamente valorizzati e gestiti, potenziali strumenti di progresso.

3. L’archeologia industriale come strumento di rivalorizzazione

Individuato l’obiettivo principale dell’archeologia industriale, l’analisi si sposta sul contesto in cui essa opera. Si tratta di aree che nel corso della storia hanno avuto rilevanza dal punto di vista industriale, e avendone segnato storicamente lo sviluppo sono considerabili patrimoni culturali, storici e industriali.
La tematica degli edifici industriali dismessi, come anticipato precedentemente, non coinvolge solo umanisti ed architetti, ma anche coloro che si occupano di gestione territoriale ai fini di sviluppo, di creazione di valore e di rinnovamento economico e sociale, e richiedono un approccio progettuale integrato in cui progettista, valutatore economico ed esperto ambientale cooperano e collaborano in modo continuativo.
La valorizzazione e la rivitalizzazione dell’architettura dismessa diviene motore di sviluppo e strumento di conoscenza del proprio passato industriale ed economico. Tale patrimonio richiede un sistema progettuale fondato su conservazione e valorizzazione di tutte le caratteristiche che lo compongono, siano esse culturali, storiche, tecnologiche e ambientali.
E’ importante procedere con la conoscenza del bene: un’analisi stratigrafica e non invasiva, tipica della metodologia archeologica, permette l’apprendimento completo di tutte le peculiarità e getta le basi per la strutturazione di un progetto appropriato, considerato “strumento del processo di conservazione e del riuso” che architetti e progettisti possano elaborare al fine di esaltare gli aspetti ritenuti più importanti e di coniugare la tradizione alla contemporaneità. L’edificio non deve essere considerato un cimelio da tutelare e musealizzare, ma un manufatto, un luogo che diventa esso stesso museo e collezione museale, inserito nel contesto ambientale e territoriale di appartenenza e sede di nuove attività che lo rivitalizzano e funzionalizzano, inducendo così ad una lettura dell’edificio più approfondita e specifica sia della struttura, sia delle attività industriali del passato.  Pertanto, attraverso la progettazione archeologica-industriale si viene a strutturare un nuovo edificio, polivalente e polifunzionale, che appartiene alla collettività. Ed è proprio la comunità locale ad essere sia protagonista, sia destinataria delle attività e delle funzioni del nuovo edificio.
Ne consegue che il concetto di salvaguardia del bene non è più inteso come “congelamento”, ma come processo di dialogo e di trasformazione del contesto. In questo modo, la musealizzazione dell’edificio non fossilizza, ma crea dinamicità e nuovi valori.
L’intervento sull’edificio mira a strutturare un nuovo rapporto tra forma e funzione. La nuova destinazione d’uso dovrà integrarsi perfettamente con il contenitore che la ospiterà, senza trascurare gli archivi, elementi che possono incidere nostalgicamente sulla memoria storica e indurre a riflettere sul passato da poco trascorso.

4. Criticità

Nell’impostare e progettare un’attività di riqualificazione funzionale del bene architettonico, gli addetti al settore si trovano di fronte problematicità di diversa natura.
La prima deriva dall’impossibilità di definire l’archeologia industriale come disciplina, le sue caratteristiche e gli obiettivi specifici, poiché priva di un proprio statuto. Altre riguardano la ricontestualizzazione del manufatto nei confronti dell’intorno urbano e del complesso, aspetto che implica una reinterpretazione e una nuova gestione degli spazi. La terza difficoltà sta nella scelta dell’edificio da valorizzare: non tutto ciò che ereditiamo dal passato è classificabile come patrimonio e pertanto degno di investimenti per la salvaguardia e per la valorizzazione.
Come è stato approfondito precedentemente, la riqualificazione delle strutture industriali dismesse apporta diversi vantaggi e soprattutto comporta l’attribuzione di nuovi valori simbolici, culturali ed economici del passato industriale. Tuttavia, deriva proprio da qui il quarto aspetto critico su cui la letteratura invita a riflettere. Si tratta della riconcettualizzazione dei “vuoti” industriali, ovvero l’attribuzione di valori a contesti che hanno perso la loro funzione d’uso e quindi sarebbero da considerare dei “vuoti”, pur essendo dei “pieni”, poiché ricchi di testimonianze materiali e di spazi destinabili a nuove attività. Il riconoscimento del valore culturale di tali beni concorre con il loro valore economico, legato all’ubicazione della struttura che li contiene. Dalla letteratura si apprende che la differenza che intercorre tra le due tipologie di valore richiama i concetti di “pieno” e di “vuoto” e incide nella definizione di “vincolo”, di nuova destinazione d’uso e di incentivi fiscali in ambito normativo. In questo senso è fondamentale superare il problema della deterritorializzazione verso una nuova territorializzazione, attribuendo nuovi valori e significati condivisi del patrimonio industriale e strutturando strategie di riqualificazione che non riguardano solo il singolo edificio, ma l’intero territorio. Pertanto, la nuova individuazione d’uso di un singolo edificio comporta la creazione di politiche territoriali più complesse e soprattutto la strutturazione di pianificazioni di tipo integrato.

5. Un esempio italiano
Nello specifico biellese, il passaggio dalla società industriale a quella post–industriale ha fortemente influenzato le politiche urbanistiche cittadine, generando un radicale cambiamento dell’assetto urbano.
L’accelerazione del processo di de–industrializzazione ha portato in molti casi allo spopolamento e all’abbandono di intere aree industriali, deturpando ambiente e paesaggio. Quello che occorre fare oggi è prendere coscienza dell’immenso patrimonio “archeologico industriale” di cui il territorio dispone e, attraverso mirate azioni di urban policy making, rifunzionalizzare tali spazi.
Le politiche di valorizzazione applicate fino ad ora hanno seguito due linee di intervento: una formalizzata che si è avvalsa di modelli top–down, la seconda, di natura informale ha applicato modelli bottom–up.
Il primo modello, come si evince dalla parola stessa, può essere rappresentato a livello visivo come una piramide, in cui la cima “top” impartisce indicazioni in merito alle modalità di azione alla base “down”. La caratterizzazione dinamica del modello prevede quindi che il flusso di informazioni parta dall’alto e scenda progressivamente verso il basso, strutturando e sistematizzando obiettivi, risorse e strategie operative.
Il Centro Rete Biellese degli Archivi del Tessile e della Moda segue il modello sopra indicato, viene infatti istituito per volontà dell’Amministrazione Provinciale di Biella, in seno all’Assessorato al Turismo, Manifestazioni e Cultura. L’obiettivo primario, inserito in un quadro molto più articolato, risulta essere quello di innescare politiche di riprogettazione territoriale aventi come traino il settore culturale e, più nello specifico, la tutela dei patrimoni culturali e archivistici, connessi alla radicata tradizione della vocazione di distretto industriale tessile – laniero.
Unitamente all’attività di tutela e conservazione, in linea con quanto affermato all’interno del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (d.l. 22/01/04 – n° 42), si inserisce il secondo obiettivo connesso alle dinamiche di valorizzazione, ovvero la restituzione alla comunità in primis e ad un pubblico più ampio in seconda battuta, della conoscenza custodita all’interno di documenti e testimonianze, avvalendosi di tecnologie all’avanguardia, attività di formazione, comunicazione e promozione.
Il protocollo d’intesa, stipulato nel 2010, è stato siglato da 19 enti pubblici e privati, e gode della collaborazione partecipativa di: Soprintendenza Archivistica del Piemonte e della Valle d’Aosta, Archivio di Stato di Biella, Regione Piemonte Settore Archivi e ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana). Il coinvolgimento di attori diversi pone le basi per iniziare a lavorare in rete. Attraverso la cooperazione operativa imprenditori, istituzioni e associazioni culturali sono in grado di ottenere un sistema strutturato di fonti offrendo al potenziale fruitore un prodotto ricco e articolato in grado di fornire una visione completa del contesto territoriale di riferimento.
Declinando gli obiettivi primari in sottocategorie, emergono tre tipologie di intervento:
– Creazione di un portale Internet al fine di garantire la fruizione e l’accesso a informazioni e contenuti inventariati e digitalizzati;
– Promozione di progetti e iniziative volte a garantire la diffusione, la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio archivistico, materiale, immateriale, architettonico e del paesaggio industriale biellese;
– Gestione coordinata di azioni e progetti delle diverse realtà culturali e territoriali al fine di attirare nuovi flussi turistici.

La tabella di seguito riportata consente di illustrare i risultati raggiunti, ripartiti per anni, in termini di performance.

Fonte : elaborazione propria – dati tratti da http://cultura.biella.it/online/Welcomepage/CentroReteCulturaleBiellese/Archivideltessileedellamoda.html

La metodologia di progettazione bottom–up, contrariamente a quella precedentemente illustrata, richiama una immagine raffigurante una freccia in cui la coda, ovvero la parte bassa “bottom”, muove i flussi informativi verso la punta “up”. In questo caso ogni singolo attore svolge in modo autonomo la propria attività. Ciascuna singola attività presente nel contesto territoriale di riferimento viene connessa ad un’altra in modo da costituire componenti più grandi, a loro volta interconnessi fino a realizzare un vero e proprio sistema in cui ciascun attore opera in modo sinergico generando network destinati a perdurare nel tempo.
Realtà dinamica e creativa, che si muove in questa direzione e che nasce nel 2006 con l’intento di destinare a nuovo uso uno stabile industriale dismesso – l’ex Maglieficio Boglietti – è Opificiodellarte, collocato in pieno centro storico cittadino.
Oggi si presenta come una vera e propria fucina artistica capace di generare “prodotti” creativi legati alla sfera della danza, del teatro e della musica. Tutto questo è stato possibile attraverso il costante impegno e la forte volontà di tre associazioni culturali, “Art’è Danza”, “Opificiodellarte Musica” e “Arcipelago Patatrac Teatro”, che, seguendo linee di intervento come veri e propri policy maker, sono riusciti a generare una nuova anima in un contenitore in disuso da anni.
L’attività di recupero è stata svolta con meticolosa attenzione, preservando i caratteri originali e dando risalto agli elementi che contraddistinguono tale ambiente: pilastri in ghisa, pareti in pietra e sottotetto in legno. Grazie a questa tipologia di intervento e alla cura nella valorizzazione dei dettagli, oggi è possibile respirare passato, presente e futuro in un unico luogo.
Nel corso degli anni, sulla base dei dati forniti dall’associazione stessa, si è registrato un costante incremento di interesse da parte della comunità locale, delle istituzioni pubbliche e private, e delle amministrazioni locali.
Dalla tabella di seguito riportata è possibile evincere l’incremento numerico dei soci interessati a svolgere le attività proposte registrato da settembre 2006 a dicembre 2010.

Fonte: elaborazione propria
* base di misurazione incremento settembre 2006.

La tabella di seguito riportata, riporta l’elenco delle attività svolte da settembre 2006 a marzo 2011, ponendo particolare enfasi sul numero di attori coinvolti, a testimonianza del fatto che le politiche adottate dalla realtà in questione mirano a creare reti di relazioni continuative con gli operatori presenti sul territorio di riferimento, ed il bacino d’utenza, ovvero il numero di fruitori che si è registrato per ogni singola iniziativa.

Fonte: elaborazione propria
* a partire da settembre 2006
** fino a marzo 2011

Dall’analisi svolta si evince che le politiche di management adottate, fortemente improntate su teorie manageriali legate al marketing relazionale, e quindi finalizzate a costruire una rete di relazioni sostenibili, genera tra gli operatori un elevato livello di soddisfazione e un incremento della fiducia. Il risultato finale è un incremento in termini di efficacia ed efficienza della qualità dei risultati raggiunti, ed una sensibilizzazione della comunità locale, e non solo, nei confronti della sfera culturale e creativa.

6. Conclusioni
Dall’analisi fin qui svolta appare evidente il ruolo dell’archeologia industriale. Seppur sia difficile definirla come disciplina o come strumento di indagine, seppur abbia dei confini piuttosto labili e presenti forti legami con altre discipline, essa si rivela importantissima per la comprensione della storia economica e sociale di un territorio. Questo implica la necessità di una normativa ancor più adeguata e specifica; una valida formazione degli operatori e soprattutto una stretta collaborazione tra questi, affinché possano svolgere attività di ricognizione, catalogazione e progettazione in modo funzionale ed integrato. Lo spirito creativo dei progettisti diviene motore per l’elaborazione di nuove idee di destinazione d’uso dell’edificio, nel pieno rispetto della sua identità e di ciò che è stato e ha rappresentato per le società passate nel corso della storia.
Lo sguardo al passato e allo stesso tempo proiettato verso il futuro diviene la linea di condotta da intraprendere al fine di riconcettualizzare i “vuoti” industriali e trasformarli in “pieni”, nei quali emergano la tradizione e la memoria storica e non manchi l’elemento contemporaneo come catalizzatore di interesse e di attrazione. Pertanto, anche gli allestimenti museografici, le nuove attività proposte negli edifici, le nuove destinazioni d’uso devono perfettamente coniugare il requisito di rispondere ai bisogni della contemporaneità e di rispettare i valori del passato, e devono essere progettati per divenire strumenti di collegamento tra archeologia e industria, ovvero tra passato e futuro.

Note

(1) Intervista con Eugenio Battisti rilasciata a “Mondo Operaio”, 3 marzo 1983, pp.73-77, in Battisti E., Battisti F.M. (a cura di), Archeologia Industriale. Architettura, lavoro, tecnologia, economia e la vera rivoluzione industriale, Jaca Book, Milano, 2001.

Bibliografia

Battisti E., Battisti F.M. (a cura di) (2001), Archeologia Industriale. Architettura, lavoro, tecnologia,
economia e la vera rivoluzione industriale
, Jaca Book, Milano

Di Stefano E. (1999), L’archeologia industriale è bene culturale-industriale? Verifiche, prospettive,
sviluppi
, in Quagliolo M., Amato A., Addamiano S., La gestione del patrimonio culturale. Cultural
Heritage Management, Atti del III Colloquio Internazionale. Turismo e Beni Culturali e Ambientali
, Cagliari, 4-8 dicembre 1998, DRI, Roma

Fontana G.L. (2010), Archeologia, storia e riuso del patrimonio industriale. Nuovi approcci e competenze,
in Morandi C. (a cura di), Alla scoperta dell’archeologia industriale. La storia socio-economica
regionale attraverso le strutture produttive industriali
, Cleup, Padova

Fontana G. (2005), Bonaventura M.G., Novello E., Covino R., Monte A., (a cura di), Archeologia
industriale in Italia. Temi, progetti, esperienze
, Aipai, Roma

Guarrasi V. (1989), La rivalorizzazione territoriale: forme e processi, in U.Leone (a cura di),  Valorizzazione e sviluppo territoriale in Italia, Franco Angeli, Milano

Galluzzi P. (2001), L’utopia storiografica “militante” di Eugenio Battisti, in Battisti E., Battisti F.M. (a
cura di), Archeologia Industriale. Architettura, lavoro, tecnologia, economia e la vera rivoluzione
industrial
e, Jaca Book, Milano

Mazzotta D. (2004), Conservazione e valorizzazione del Patrimonio Industriale. Rassegna bibliografica,
Ed. Athena, Napoli

Morandi C. (a cura di) (2010), Alla scoperta dell’archeologia industriale. La storia socio-economica
regionale attraverso le strutture produttive industriali
, Cleup, Padova

Novello E. (2010), Alla scoperta dell’archeologia industriale: formazione e innovazione nella ricerca,
nella didattica e nella valorizzazione del patrimonio industriale
, in Morandi C. (a cura di), Alla
scoperta dell’archeologia industriale. La storia socio-economica regionale attraverso le strutture
produttive industriali
, Cleup, Padova

www.opificiodellarte.it

www.provincia.biella.it